La gattina giovane ha un suo personale nemico in un grosso gatto maschio di una vicina che ogni tanto (il gatto non la vicina) viene a chiedere cibo alla mia porta.
Che io puntualmente gli dò mettendo la ciotola nel cortile.
Appena la gattina sente l'avvicinarsi del gatto comincia a ringhiare ed io le impedisco di uscire per evitare risse furibonde.
Ciò genera però un effetto collaterale non gradito: La gattina attacca subito dopo una placida gatta anziana che dorme beata sulla sedia.
E mi tocca anche qui intervenire intromettendomi.
La carica di aggressività provocata nella gattina dal terrore che quel maschio gli procura ha a quanto pare bisogno di uno sfogo: Il quale viene eterodiretto dalla gattina verso la pacifica gatta anziana.
Il che dice che l'odio ed il terrore inconscio (legatissimi tra di loro) se non possono dirigersi ed agire contro 'l'odiato nemico" (quale che esso sia) viene comunque eterodiretto verso "un falso scopo".
E per quanto riguarda ciò non sto scrivendo di gatti ma di esseri umani.
Resta da capire se l'AGIRE l'odio (ed il terrore che lo genera) contro "il falso scopo" attenui la sua azione patogenica contro il proprio Sè ed il proprio organo bersaglio.