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3/1/16

C’era un tempo nel quale amavo viaggiare.

Tempo ormai remoto quando credevo che le cose indispensabili per la vita fossero in giro per il mondo e non avevo ancora capito che invece sono tutte , ma proprio tutte, dentro di noi.

Basta cercarle prima e trovarle poi.

Un giorno perciò,  avendo più soldi di oggi, decido di andare negli Stati Uniti e più precisamente a New York.

Splendida e gigantesca città , difficile da girare per uno come me che non capisce, allora come oggi, una parola di inglese.

Un azzardo insomma.

Giro di qua giro di là ed una mattina decido di andare a visitare lo zoo del Bronx.

Già il nome del quartiere destava un po’ di inquietudine ma insomma sono riuscito a prendere la metropolitana giusta.

Via via che si avvicinava il quartiere di Harlem il numero di passeggeri bianchi diminuiva rapidamente mentre aumentava quello dei passeggeri di colore.

Sarà stata la paura ancestrale dell’uomo nero fatto sta che la cosa faceva insorgere un po’ di inquietudine.

Quasi ad Harlem nella carrozza ero rimasto io , un folto gruppo di passeggeri di colore ed una piccola comitiva di giapponesi.

Forse l’inquietudine aveva investito anche loro tant’è che ad un certo punto una piccola vecchietta giapponese si è avvicinata per chiedermi in giapponese dove fosse lo zoo del Bronx .

Del suo lungo discorso, credo che i giapponesi siano piuttosto verbosi, avevo capito solo la parola “zoo” ed a gesti gli ho fatto perciò  capire che anch’io andavo là.

Il viso della giapponese si è allora illuminato e da quel momento il gruppetto di giapponesi non mi ha più staccato gli occhi di dosso.

Mi sono sentito investito da una responsabilità grande anche perché non ero per niente certo di riuscire a trovare la strada per lo zoo.

Sentivo che era in gioco un che di orgoglio nazionale e la cosa non era rassicurante.

Nel buio delle gallerie ad un certo punto la metro si guasta.

Gli addetti ci fanno capire che occorre scendere e prendere un’altra metro.

Panico sapientemente controllato , buio pesto, fragori assordanti e seguendo i gesti degli addetti scendo di un livello nelle profondità della terra avendo cura di farmi seguire dai giapponesi.

Prendo la nuova metro sempre seguito dalla comitiva che ormai mi aveva adottato.

Mi tornava insistente in mente una frase pronunciata in un fumetto dal bracchetto di Linus: “Non seguitemi, mi sono perso anch’io !”.

Non mi sentivo da ciò più rassicurato.

Si arriva finalmente alla stazione del Bronx e pronunciando le uniche due parole di inglese conosciute “zuBronx” riesco a farmi indicare da un controllore la strada per lo zoo.

Si attraversa un enorme piazzale erboso ed in fondo si intravede una strada che porta all’ingresso dello zoo.

Il luogo è ricco di cordiali scoiattoli che saltellano di qua e di là.

Io procedo spedito stando attento che i giapponesi mi seguano.

Ad un certo punto però uno dei vecchi giapponesi si stacca dalla comitiva e si mette a seguire uno scoiattolo.

Allora mi fermo anch’io dato che ormai mi sentivo responsabile per tutta la compagnia.

Il giapponese si allontana sempre di più ed allora  si avvicina a me la vecchia di prima.

Evidentemente anche lei ha capito ormai dove si deve andare e ritenendomi incerto per via che mi sono fermato cerca di rassicurarmi indicandomi maternamente la strada da prendere.

Vorrei spiegarle che mi io ero fermato per aspettarli per via del giapponese che si era rimbambito dietro lo scoiattolo.

Capisco subito la follia di pensare di poter fornire a gesti alla giapponese un simile concetto  e perciò  ci rinunzio subito.

Accetto virilmente  il disdoro di essere considerato dalla giapponese un mezzo rimbambito come il giapponese dello scoiattolo  e prosieguo da solo verso lo zoo.

Che, tanto per concludere la breve storia, ho poi felicemente raggiunto.

 

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