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14/3/10

Il laboratorio di fisica della New York University era noto in tutti gli Stati Uniti per le sue ricerche sulle particelle elementari della materia .

I migliori cervelli degli States avevano in un modo o nell’altro trascorso lunghi periodi di studi e di ricerche in quei laboratori.

I laboratori di fisica nucleare occupavano una parte considerevole dell’area della università. Erano pieni zeppi di acceleratori, laboratori delle alte energie e una infinità di altri complessi laboratori di ogni tipo che cercavano, tutti insieme,  di decifrare il linguaggio ed il funzionamento della materia elementare.

Cercavano di decrittare che cosa avessero da dire tutte quelle particelle ,atomi , elettroni, neutroni, ecc., le quali costituivano la base dell’esistente , le fondamenta di ogni cosa esistente , vivente o no , terrestre o no.

Milioni di dollari venivano investiti ogni anno per capire  come funzionassero tutte  quelle particelle tanto piccole che nessuno le aveva mai viste. Piccolissime eppure così cariche di energia, così fondamentali per la vita.

In uno sgabuzzino del building n. 4 tra la palestra di basket e le docce James Hansen trascorreva gran parte delle sue giornate di lavoro e spesso parte delle sue notti.

James era uno svedese naturalizzato americano e aveva conseguito un paio di lauree nelle migliori università americane.

Eppure era tagliato fuori dall’enorme carrozzone della ricerca di quella università.

Il motivo era piuttosto semplice.

James infatti non credeva che si potesse capire della materia elementare attraverso l’impatto violento che così forti investimenti, così grandi acceleratori e tanto enormi quantità di energia impiegavano nelle ricerche.

Era considerato per questo una specie di fabbrica di stramberie e solo grazie al suo curriculum piuttosto rimarchevole gli avevano affidato quel piccolo locale accanto alle docce ed insieme un modestissimo badget.

Hansen ormai da alcuni anni aveva cercava di sviluppare una sua intuizione secondo la quale la materia elementare avesse un linguaggio suo proprio e che fosse possibile , e qui stava la sua follia, comprenderlo.

Quale fosse questo linguaggio non lo sapeva nemmeno lui e nemmeno sapeva come fare per interpretarlo.

Studiava perciò e metteva  lentamente a punto, ormai da qualche anno, una macchinetta piuttosto misteriosa che avrebbe dovuto avere la funzione di dare una risposta a quegli interrogativi.

Da una parte della macchina dei sensori particolari percepivano i flebilissimi segnali di incerta e misteriosa natura emessi da piccolissime quantità di materia, pochi milligrammi di piombo oppure di rame oppure di qualcos’altro, e dall’altra parte, dopo che la macchina aveva misteriosamente eleborato, sferragliando e strombazzando, i segnali provenienti da quelle piccole quantità di materia, una stampante ticchettava in continuo e sfornava lunghi tabulati pieni di segni e di simboli.

Dei quali non si capiva un accidente.

I lunghi tabulati pieni di quegli strani segni andavano puntualmente a riempire dei grossi sacchi neri per la spazzatura che James ogni tanto, alla fine della sua giornata di lavoro, svuotava nei cassonetti ai bordi del campus.

Un notte però il ticchettio incessante della stampante cessò per qualche minuto.

Hansen stava registrando una serie di complessi congegni , rulli, cilindri e dio sa cos’altro, che egli riteneva esseri centrali in tutto l’apparato e che chiamava affettuosamente i decrittori.

Quando la stampante tacque James impallidì:Non si sarà mica rotta ? – pensò.

Aveva da tempo esaurito il modesto badget annuale che il dipartimento stentatamente gli affidava e ormai da qualche mese usava per il suo lavoro parte dei soldi dello stipendio sottraendoli alla già stentatissima vita che conduceva.

Mentre guardava interdetto la stampante muta pensando scoraggiato che non aveva nemmeno un cent per poterla riparare la macchina ebbe un sussulto , come un fremito, fece scorrere di scatto in avanti  circa un metro di carta ,stampò una parola e fece scorrere ancora un altro metro di carta.

James fece dapprima  un sobbalzo all’indietro e poi si piegò a scrutare attentamente cosa era venuto fuori dalla stampante .

Aguzzò gli occhi e cercò di leggere  cosa avesse scritto la stampante.

Si trattava di una sola parola che James lesse e rilesse senza poter credere a ciò che vedeva.

La stampante aveva scritto semplicemente: “Bye”.

James quasi svenne.

Dall’altra parte della macchina un piccolissimo mucchietto di materia, pochi milligrammi appena di piombo, eppure composta da una enorme numero di atomi, elettroni e quant’altro, ebbe come un piccolo sussulto , quasi una risatina.

 

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