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Lo strano colloquio tra il Sé poeta ed il suo complesso di castrazione, di tipo materno, che lo perseguiterà per tutta la sua vita:

 

Allorchè, per decreto dei Voleri supremi,

il Poeta compare in questo mondo uggioso,

sua madre sbigottita, con insulti blasfemi,

drizza le pugna al cielo, che le guarda pietoso:

“Perchè non ho figliato un groppo di serpenti

piuttosto che nutrire questa maledizione!

Sciagura la notte dei brevi godimenti,

ch’io concepii nel ventre l’atroce espiazione!

Poichè tu mi scegliesti tra le innumeri schiere

di donne, onde movessi a nausea mio marito;

e purtroppo non posso gettarlo in un braciere,

come un foglio amoroso, questo mostro aggrizzito,

farò che l’odio tuo, che cieco mi flagella

cada sullo strumento della tua crudeltà,

e torcerò si bene la triste pianticella

che i suoi germogli immondi giammai non metterà!”

Ella così rimastica la schiuma del suo fiele,

e nulla comprendendo dei propositi eterni,

de se stesse si appresta, nel Tartaro crudele,

il rogo destinato ai delitti materni.

(continua)

 (scritto il 27/3/23)

 

 

 

 

 

 


 

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